Scaramucci: “una nuova via…un’amministrazione condivisa anche a Urbino”

Scaramucci: “una nuova via…un’amministrazione condivisa anche a Urbino”

Gli avvenimenti degli ultimi mesi mi hanno fatto molto riflettere, forse le difficoltà legate alle nevicate che hanno colpito fortemente la nostra zona hanno ricreato ad Urbino un vero senso di comunità che non si vedeva da tempo. E ciò impone un’attenta riflessione.
Oggi viviamo in una società veloce, che non ci da più tempo di fermarsi un attimo a chiedere al vicino del pianerottolo: “come va?”, “come stanno i bambini?”…solitamente percorriamo velocemente le scale di casa per recarci al lavoro, in palestra, ad una cena da amici…tutto di fretta…
Questa velocità ci impedisce anche di fermarci a ragionare sul perché a volte non siamo soddisfatti di noi stessi, e sul motivo per cui le aspettative che avevamo non siano state rispettate. Questo ritmo di vita ci impedisce probabilmente di capire anche perché le risposte che ci aspettiamo non arrivino, o arrivino lentamente…
Quando poi si passa a ragionare di servizi, spesso siamo molto esigenti e non ci chiediamo i motivi per cui ciò che le amministrazioni riuscivamo a fare finora, probabilmente non vi riusciranno più…non vi arriveranno più con la stessa costanza…anzi pensiamo che le risposte che si vogliono dalla politica sembrano non arrivare mai…e ci si trincera dietro un “noi paghiamo le tasse, le paghiamo sempre di più…dove vanno a finire i soldi??li ruba la politica???”…
E’ un tempo di difficoltà, lo sappiamo, e sappiamo anche che queste difficoltà non verranno superate facilmente, ed a breve scadenza, anzi…tutti ci ripetono che la crisi è strutturale e non congiunturale, per cui dobbiamo abituarci perché ci saranno sempre più situazioni emergenziali, e perché i miracoli non ci saranno…
Peraltro, i servizi che le amministrazioni erogavano prima, con quella costanza, non potranno più essere erogati nella stessa maniera…non dico, ovviamente, che non ci saranno più asili, o verranno chiusi i rubinetti delle politiche sociali…ma occorrerà ripartire da un presupposto, ovvero che tutto è cambiato…la nostra società in particolar modo, e sicuramente anche il modo di amministrare.
E mentre cambia velocemente la società, non cambia altrettanto velocemente il modo di amministrare, che oggi è in una crisi profonda di credibilità. Quel vecchio modello di amministrazione che abbiamo vissuto finora, un’amministrazione che viveva, come lo definiscono gli esperti un “paradigma bipolare”, ovvero una distinzione netta tra coloro che amministravano e coloro che erano amministrati, non c’è più.
Oggi, questa distanza è stata prodotta da molteplici aspetti, dai modelli di organizzazione, ai nuovi principi di trasparenza, che sono entrati nel nostro paese fin dagli anni ’90. Poi, negli ultimi anni, le nuove modalità di comunicazione sempre più integrata e sociale, ed anche le nuove ed infinite possibilità per i cittadini di arrivare alle informazioni semplicemente e velocemente…tutti questi cambiamenti, sommati ad una cristallizzazione nell’azione di tutta l’attuale classe politica italiana, che ha continuato a gestire la cosa pubblica con la stessa modalità di sempre, hanno ora trasformato il “paradigma”…….ma ora tutto è cambiato e la classe politica, se saprà capire queste trasformazioni, potrà forse sperare di riconquistare la fiducia della gente, oppure è destinata a finire velocemente nel baule delle antichità.
Cosa fare da domani? Dal mio punto di vista si può fare tanto: la politica dovrebbe abbandonare lo statalismo sfrenato, inoltrandosi sul cammino del federalismo e della sussidiarietà, e ciò non è semplice. Significa cambiare una mentalità di governo che è sempre stata vissuta allo stesso modo, e fino a 30 anni fa portava anche notevoli frutti…considerata la forte crescita del nostro paese…  ma oggi anche questo è cambiato, non cresciamo più…e bisogna lavorare insieme, politica e cittadini.
Inoltre credo che vada anche cambiato il modo di considerare il territorio, ovvero prenderlo come fattore di coesione e piattaforma dalla quale fare rete nello scenario globale; anche perché la peculiarità del nostro modello di sviluppo sta anche nel tessuto delle piccole e medie imprese, che traggono dal capitale sociale del proprio territorio la linfa vitale che le rende competitive sul mercato globale: territorio e globalizzazione si presentano come due poli di un movimento capace di alimentare sempre nuove sfide.
Naturalmente la centralità del territorio e delle comunità che lo abitano non deve significare chiusura e rifiuto dell’altro, paura di affrontare le inevitabili conseguenze di società aperte ai flussi migratori e alle diverse correnti o ispirazioni culturali e religiose. La risposta può e deve stare in una sapiente politica di integrazione nei diritti e nei doveri, di allargamento della cittadinanza e di ferma repressione dell’illegalità laddove è necessario.
Gli enti locali hanno un interesse primario a giocare un ruolo attivo, perché è su di loro che ricadono e ricadranno ancora di più nel futuro le responsabilità di governo dei fenomeni sociali. Questo rimanda inevitabilmente al tema del nuovo sistema di welfare, al fatidico passaggio dal welfare state alla welfare society. L’inefficienza di un modello di stato sociale centralista è dimostrata dalla sua insostenibilità finanziaria e dalla sua rigidità di fronte ai mutamenti sociali, che garantisce di più chi è già garantito mentre non è in grado di affrontare le nuove povertà e marginalità sociali, o di tutelare le nuove forme di lavoro. Un modello che invece fa leva sul volontariato e il terzo settore, sul privato sociale e sul ruolo regolatore del sistema pubblico, rappresenta ciò su cui concretamente si stanno cimentando già oggi numerose amministrazioni locali attivando e praticando esperienze concrete di welfare, senza lasciare indietro nessuno.
Penso che la password per il nuovo modello di welfare stia nell’amministrazione condivisa, che è stata anche introdotta dall’art. 118 della Costituzione, dove, a seguito della Riforma del titolo V si prevede all’ultimo comma dell’art. 118 che “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.
Le diverse istituzioni, nazionali e sovranazionali, debbano tendere a creare le condizioni che permettono alla persona e alle aggregazioni sociali (i cosiddetti corpi intermedi: famiglia, associazioni, partiti) di agire liberamente senza sostituirsi ad essi nello svolgimento delle loro attività: un’entità di livello superiore non deve agire in situazioni nelle quali l’entità di livello inferiore (e, da ultimo, il cittadino) è in grado di agire per proprio conto; l’intervento dell’entità di livello superiore debba essere temporaneo e teso a restituire l’autonomia d’azione all’entità di livello inferiore; l’intervento pubblico sia attuato quanto più vicino possibile al cittadino: prossimità del livello decisionale a quello di attuazione.
Il principio di sussidiarietà può quindi essere visto sotto un duplice aspetto: in senso verticale, la ripartizione gerarchica delle competenze deve essere spostata verso gli enti più prossimi al cittadino e, pertanto, più vicini ai bisogni del territorio. In senso orizzontale: il cittadino, sia come singolo che attraverso i corpi intermedi, deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni nel definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più prossime.

In questo mese, durante l’emergenza del “nevone” nella mia città, ho visto molti esempi di cura civica dei beni comuni, specialmente nell’attività di molti cittadini e studenti, che hanno aiutato anziani in difficoltà chiusi in casa anche senza luce o acqua, semplicemente liberando le uscite o portando loro generi alimentari e medicinali. È stato un bellissimo esempio di cittadinanza attiva, di cultura civica del bene comune che è la vita di comunità.
Questo ci dimostra che spesso la gente è molto più avanti della politica, e dobbiamo avere l’umiltà di ammetterlo.
Forse ci sono tanti che vorrebbero fare qualcosa per il proprio paese ma a volte non sanno da dove cominciare e bisogna quindi proporre loro un modo nuovo di essere cittadini che prima era irrealizzabile, perché l’idea che un semplice cittadino potesse avere la voglia e le capacità di prendersi cura dei beni comuni insieme al’amministrazione era considerata del tutto assurda.
Oggi potrei portare tanti esempi di amministrazione condivisa che funziona in altre città, come per es. Reggio Emilia, con il progetto “i reggiani per esempio”…
Amministrazione condivisa anche a Urbino, questa una delle vie possibili di un nuovo modello di welfare society per un nuovo sviluppo della città!

Federico Scaramucci
Consigliere comunale