Il mio intervento alla #Leopolda13 a Firenze con Matteo Renzi

Il mio intervento alla #Leopolda13 a Firenze con Matteo Renzi

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Diamo un nome al futuro.Il nome del mio futuro è l’Europa di cui abbiamo bisogno, perché è in Europa che sono nato e cresciuto, e mi sento un cittadino europeo. E’ l’Europa di cui abbiamo bisogno. Ed è un’Italia diversa, in Europa, ciò di cui abbiamo bisogno. E se davvero cambiamo verso all’Italia come ci ricorda matteo è naturale che poi potremo chiedere di cambiare
verso anche all’Europa. Come ci ricorda Matteo quello di cui ha bisogno il nostro paese non è cambiare tutto, ma cambiare tutti, ognuno nella sua testa dovrebbe cambiare un pochino…anche i settori economici e finanziari, che ci hanno fatto perdere spesso tempo ed occasioni.
Quel che vorrei proporvi, per cominciare, è un gioco che a molti pare strano o superfluo. È il gioco della storia che si fa con i SE: che ha come oggetto non solo il mondo com’è stato fatto, ma anche come avrebbe potuto essere, se invece di imboccare una strada ne avessimo presa un’altra.
Se lo decliniamo al presente è più di un gioco: è un esercizio intellettuale che mette il nostro pensiero in movimento, un metodo per guardare all’oggi come ad una storia che possiamo scrivere in un modo o in un altro, e il suo svolgimento non dipende da altri ma dipende solo da noi stessi. Così è Europa di cui abbiamo bisogno. E a cui dobbiamo chiedere di Cambiare verso. L’Europa può andare in una direzione oppure un’altra, affatto diversa. È tutta piena di questa congiunzione ipotetica – il SE – e le risposte alle domande che ci facciamo possono essere nuove e impreviste: di quale Europa stiamo parlando? Qual è il patrimonio che si vuol difendere? E soprattutto, come trasformare la rabbia che sta salendo in un progetto di futuro? Va detto che l’Europa non sarebbe stata pensata in un certo momento, nel bel mezzo d’una guerra, se qualcuno non avesse cominciato a immaginare un SE ritenuto improponibile a quel tempo. Ma oggi questo non basta più e ci vuole più Europa, soprattutto alla vigilia di un nuovo ciclo di programmazione dei fondi UE 2014-2020 che l’Europa sta iniziando.
E mi immagino un futuro in cui tutti noi potremo essere più liberi. Perché faremo progetti nuovi, ci sarà più cultura, e la cultura ha una grande funzione di libertà. E questo avvera’ SE non avremo più paura del rapporto tra il pubblico ed il privato, soprattutto perché le infrastrutture materiali che abbiamo conosciuto e costruito oggi sono esaurite, hanno esaurito il loro compito. E ci vuole un nuovo approccio tra partner pubblici e privati. Il mio futuro si chiama Europa perché vedere le immagini di Lampedusa fa male. E qui la sfida passa anche attraverso la cessione di sovranità nazionale, e siccome l’azione politica sta nel comporre interessi incomponibili, abbiamo bisogno di nuove proposte: “andiamo veramente verso gli Stati Uniti d’Europa, dove ci sia una nuova cultura politica”. Una nuova cultura politica, perché in Europa ho imparato che non può essere giusto che chi fa qualcosa per gli altri venga considerato fesso e chi fa qualcosa per sé stesso venga considerato furbo, basta con questa mentalità, occorre cambiarla. Ed è in Europa che vediamo lo sdegno di una generazione cui era stata assicurata un’Unione solidale, aperta alle diversità, agli altri, l’Europa degli Altiero Spinelli e d’improvviso arrivano governanti che dicono “purtroppo esiste una generazione perduta” , e per loro al massimo “si possono limitare i danni”. Oggi c’è la nostalgia terribile di un recinto che si chiude, della nazione che in nome dell’identità respinge il forestiero e se può non esita a ucciderlo nelle acque del Mediterraneo. No, basta. La crisi che stiamo attraversando la capiremo solo il giorno in cui riusciremo a distinguere tra loro rabbie così differenti, e però guarderemo in faccia, a occhi aperti, la domanda di alternativa che ha fatto scoppiare sia le une che le altre. Io ho vissuto per un po’ a Copenaghen, in un paese civile come la Danimarca, ma oggi la contrapposizione tra Paesi del Nord e del Sud dell’Europa fa riemergere vecchi stereotipi e vecchie tensioni. È triste che mentre si sperava di completare l’integrazione europea si verifichi un pericoloso fenomeno opposto che mira alla disintegrazione dell’Europa. E questo avviene in quasi tutti i Paesi.
Tempo fa, dopo essersi chiamata per qualche anno Mercato comune e prima di chiamarsi Unione, l’Europa aveva scelto di darsi il nome di Comunità. Comunità è un concetto più solidale e amichevole di Unione. Forse è il caso di ridarle questo bel nome che ha abbandonato, se è vero che ogni liberazione avviene così: dando un significato profondo alle parole, dando un nome al futuro, e scagliandolo con forza contro le falsità che vogliono raccontarci. Infine viene la leadership, i leader ci devono essere, perché “mettono le dita negli ingranaggi della storia”, come diceva Weber…ed oggi in questa Europa ce n’è un assoluto bisogno.
Matteo ci ha coinvolti, e noi lo abbiamo capito fin da subito…qualcuno ci è arrivato un po’ dopo, ma l’importante è l’obiettivo finale, perché il Partito Democratico è un mezzo, attraverso il quale coinvolgere la gente in un progetto di futuro…il Partito non dev’essere il fine.
Le cose non cambiano, siamo noi che cambiamo, scriveva Thoreau…

Ecco come immagino il mio futuro.