Copenaghen, Europa: il rilancio delle città europee parte da qui

Copenaghen, Europa: il rilancio delle città europee parte da qui

Copenhagen – Alle sette e trenta del mattino non è inusuale a Sluseholmen trovare un gruppetto di nuotatori immergersi nelle acque del porto, che in una normale mattinata di fine marzo non supera la temperatura di sei gradi. Può sembrare una stranezza da intrepidi amanti del mare ma è il segno di come funzionano le cose a Copenhagen. Circa due decenni prima dell’avvio dell’opera di riqualificazione dell’intera zona sud del porto, l’amministrazione locale ha iniziato un’azione di bonifica da 130 milioni di euro capace di rendere balenabile l’acqua di quest’area portuale, con riflessi positivi sulla qualità della vita e dell’aria per i nuovi residenti di questa zona in rapida espansione residenziale.

L’esempio di South Harbour, che fa il paio col progetto di trasformare il Nordhavn in una smart area con 40 mila residenti entro vent’anni, è solo uno dei più recenti di un’azione complessiva di rilancio urbano che ha contribuito a posizionare Copenhagen al vertice di numerose classifiche tra cui quella della rivista inglese Monocle sulla qualità della vita o quella delle migliori città al mondo per l’utilizzo delle due ruote. Niente aria da prima della classe però: la città è impegnata di continuo a reinventarsi, ad elaborare soluzioni sempre più innovative per coniugare design e sostenibilità energetica, qualità della vita e inclusione sociale.

“Non investiamo solo nelle best practice ma soprattutto nelle next practice” ama ripetere il sindaco Frank Jensen, socialdemocratico, primo cittadino della capitale danese dal gennaio 2010. Non è un caso che il Comitato delle regioni abbia scelto proprio Copenhagen per ospitare il quinto Summit europeo delle regioni e delle città, il primo interamente dedicato alle tematiche urbane, che ha avviato un inedito confronto pubblico con i vertici di Commissione e Parlamento europeo sul futuro delle città europee e sul loro ruolo decisivo per favorire crescita e occupazione nell’attuale momento di crisi. Il merito va anche alla presidenza di turno danese del Consiglio, capace di riattivare un dibattito che sembrava spento su un tema, quello delle politiche urbane, da sempre al centro di un approccio ondivago da parte delle istituzioni europee, con continue frenate e ripartenze sull’effettiva utilità di politiche Ue in un ambito non regolato dai Trattati.

Nuovi modelli di governo del territorio
Le città europee ripartono quindi da Copenhagen ma a colpire non è solo la portata e l’innovatività degli interventi realizzati ma soprattutto l’approccio di governance locale scelto dall’amministrazione: obiettivi chiari e riconoscibili, di medio e lungo periodo, da raggiungere attraverso il dialogo con i cittadini e la condivisione delle scelte. Diventare entro il 2025 la prima capitale totalmente carbon neutral al mondo è il punto-chiave del piano approvato nell’agosto 2009 dal consiglio comunale all’unanimità ma la vera sfida non è stata solo quella di programmare gli interventi per raggiungere una prima riduzione del 20 per cento delle emissioni entro il 2025 ed il resto nei dieci anni successivi ma soprattutto convincere i cittadini ad approfittare dei grandi cambiamenti urbani che stanno gradualmente modificando il volto della città. Riqualificazione energetica degli edifici, sostituzione del parco auto pubbliche con vetture elettriche, più verde urbano e piste ciclabili: se tutti queste misure possono apparire unanimemente positive ed apprezzabili, a ben vedere contengono riflessi molto più articolati sul piano dell’occupazione e dell’inclusione sociale. “La crescita verde non è più solo una visione ma un obbligo – sostiene il sindaco Jensen – soprattutto per garantire più occupazione e sviluppo alla città. Abbiamo creato oltre 25mila posti di lavoro nel settore energetico grazie all’organizzazione delle imprese in cluster, che ha consentito di creare un quadro positivo per la collaborazione tra mondo imprenditoriale e della ricerca in città e nelle zone limitrofe”.

Fare della sostenibilità un marchio per il proprio sviluppo economico, oltre che per l’affermazione del proprio brand urbano a livello mondiale, è la chiave scelta da questa città di 500mila abitanti che cresce al ritmo di mille cittadini in più al mese, con un aumento complessivo della popolazione previsto per il 2020 attorno al 20 per cento. Ovvio dunque, a queste latitudini, scegliere la sostenibilità come driver principale per la crescita occupazionale. “Quando lanciamo gare d’appalto da oltre quattro milioni di corone (circa 540 mila euro, ndr) indichiamo chiaramente nel contratto che le imprese vincitrici devono impiegare soprattutto dei giovani – spiega Jensen – Penso sia un buon modo affinché i giovani possano fare apprendistato in questo momento di crisi e siamo convinti che questa nostra formula possa essere una fonte di ispirazione anche per altre città”.

La Danimarca e il boom delle rinnovabili
La portata rilevante degli interventi in campo energetico sul piano occupazionale trova conferma nell’Energy Strategy 2050, sulla quale pochi giorni fa in Parlamento hanno raggiunto un accordo i principali partiti di maggioranza ed opposizione. Il piano porterà gradualmente a zero il consumo di gas e petrolio per la produzione di energia, che proverrà interamente da fonti rinnovabili. Mentre nel 2009 la quota di combustibili fossili nel mix energetico ammontava al 71 per cento, si punta a ridurla al 38 per cento entro il 2020 e condurla a zero nel 2050. Un obiettivo ambizioso ma realistico se si considera i passi avanti compiuti negli ultimi trent’anni da un paese che ha accompagnato forti investimenti su ricerca e sviluppo ad una rigorosa pianificazione energetica su scala nazionale e locale, uscendo così dalla totale dipendenza energetica dall’estero degli anni Settanta.

“Una situazione simile a quella del Giappone – afferma Anders Hasselager, senior policy advisor dell’Agenzia energetica danese – che ha puntato in maniera più decisa sull’innovazione tecnologica mentre in Danimarca abbiamo cercato soluzioni locali che sfruttassero al meglio le risorse del territorio”. Ovvero vento, sole e biomasse. La produzione di energia da fonti rinnovabili in modo decentralizzato, con centinaia di piccoli e medi impianti disseminati in tutto il paese per ridurre le perdite di energia nel trasporto, ha avuto così un forte riflesso sulle aree urbane ed è proprio nelle città che la Strategia 2050 avrà i suoi maggiori effetti in termini di crescita ed occupazione. Non senza qualche riserva però da parte della popolazione. La realizzazione del piano comporterà infatti nei prossimi anni un aumento annuo di 225 euro sulla bolletta energetica di ogni famiglia danese ma il governo è intento a spiegare ai cittadini che i costi dell’inazione rischiano di essere molto più elevati, con un aumento costante del costo dell’energia nei prossimi anni. “Questo è il modello danese: mentre il resto d’Europa sta aspettando che i prezzi salgano, noi giochiamo d’anticipo” sintetizza Hasselager.
L’avanzare di pari passo della pianificazione nazionale e dell’innovazione tecnologica si riflette però anche sulle scelte di consumo energetico e di mobilità dei singoli cittadini. Mentre con l’aumentare dell’autonomia delle batterie delle auto elettriche si prevede un forte aumento delle vendite in tutto il paese, a Copenaghen il 36 per cento degli spostamenti avviene in bicicletta, mezzo utilizzato quotidianamente dal 55 per cento dei residenti, con un risparmio complessivo per la società quantificato in sedici centesimi di euro per ogni chilometro percorso.

Più fondi Ue in favore delle città
“Copenaghen è un esempio eccellente di come un’autorità locale può ottenere il massimo dall’innovazione tecnologica e sociale per creare opportunità e benessere per i cittadini” ha affermato il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso nel suo intervento nel corso del Summit del Comitato delle regioni. E’ senza dubbio rivolto alla capitale danese il riferimento del presidente della Commissione quando riafferma la necessità di sentirsi “fieri delle città europee”, dotate di “una qualità della vita molto superiore rispetto alle città di ogni altra parte del mondo”.

La sua presenza all’evento organizzato dal Comitato non è solo simbolica ma rimarca l’intenzione della Commissione europea di investire sempre di più sulle città, già a partire dal periodo di programmazione finanziaria 2014-2020. Allo sviluppo urbano sostenibile sarà destinato il cinque per cento dei fondi Fesr destinati ad ogni Stato membro, che andrà a finanziare la creazione del nuovo strumento per l’Integrated Territorial Investment, con una gestione interamente delegata alle città. A questi fondi si aggiungono i 400 milioni di euro destinati ad azioni urbane innovative in materia di sviluppo sostenibile

Dopo Urban e Urbact, l’Ue si prepara a dare un nuovo protagonismo alle città, ritenute gli attori istituzionali che meglio possono agire per promuovere crescita e occupazione nell’attuale momento di crisi, in misura maggiore rispetto a governi centrali e regioni. Un cambiamento radicale rispetto all’approccio scelto nel periodo di programmazione 2007-2013 ma che è frutto di un’evoluzione graduale, che ha visto nella risposta entusiastica ad azioni e iniziative-simbolo, come il Patto dei sindaci per l’energia, il segno di una rinnovata volontà di impegno dei livelli locali come driver per la crescita europea. “D’altronde – afferma il sindaco di Copenaghen Frank Jensen- le città sono decisamente più ambiziose degli Stati”. Vero in quasi tutti i paesi Ue, forse un po’ meno in Danimarca.

Scarica qui sotto la Dichiarazione di Copenaghen.



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