13 novembre 2015. Una notte che sconvolge il nostro futuro

13 novembre 2015. Una notte che sconvolge il nostro futuro

13 novembre 2015. Una notte che sconvolge il nostro futuro.
Mi passano e ripassano le immagini di Parigi, che non potranno mai essere dimenticate. E da una notte all’altra ci rendiamo conto di essere così fragili, così minacciati.
Gli attentati hanno mirato proprio a quelli che sono ormai i riti normali dell’occidente: andare a bere un caffè in un bar, andare a sentire un concerto in un teatro, andare a vedere la partita allo stadio…Questi riti, che a noi sembrano così normali, sono stati presi come simbolo di una volontà distruttiva di alcuni fanatici, che hanno agito grazie ad una rete che non può definirsi più ormai formata da qualche lupo solitario.
E’ giunto il momento di dirselo con chiarezza. Siamo fortemente minacciati in casa, come mai forse ci siamo sentiti. Come si sono sentiti gli americani dopo l’11 settembre. Dopo la mia esperienza in Algeria, alcuni anni fa, parlando con alcuni musulmani, mi era stato ben chiaro che il terrorismo avrebbe continuato il suo lavoro, ovvero quello di tentare di terrorizzare con azioni mirate, improvvise, la nostra società e la nostra cultura. Sentire parlare da alcuni giovani amici di cellule dormienti, pronte a svegliarsi ed attaccare, mi aveva suscitato non poche preoccupazioni. Ma avevano ragione. Siamo sempre stati in pericolo. E lo siamo tutt’ora. E la cosa che mi ha colpito maggiormente è la morte di Valeria, la giovane studiosa italiana alla Sorbona, che per inseguire la sua strada, si era trasferita a Parigi per un dottorato. Una ragazza della generazione Erasmus, come tanti di noi, che aveva scelto in questo caso di formarsi all’estero. Magari per tornare in Italia, e migliorarla. Una ragazza che ha creduto che l’Europa è casa sua, che non ci sono più le frontiere, che Parigi è come Roma e che deve sentirsi a casa a Berlino, a Londra, a Madrid. Una ragazza che come è stato ricordato aveva voglia di studiare, viaggiare, capire il mondo. Mi ha colpito perchè è come se il terrorismo volesse bloccare il futuro, dirci, ora basta, ora vi dovete fermare, non c’è più posto per la libertà.
Ora, che fare? Penso che in tanti, tutti si siano posti questa domanda. Da Hollande, che dal momento in cui allo Stadio ha ricevuto notizia degli attacchi, non credo abbia pensato ad altro se non a rispondere a questa domanda. Ai genitori dei tanti ragazzi uccisi al Bataclan, che probabilmente, dal momento in cui hanno ricevuto notizia della morte dei loro figli non desiderano altro che la distruzione dell’ISIS. A noi, che nelle nostre realtà di provincia pensiamo sempre che non ci possa mai succedere niente. Personalmente so ciò che farò. Noi mi farò spaventare, insegnerò a mio figlio Nicolò che l’integrazione è la strada. Che la collaborazione e la pace sono il futuro. Che la guerra è sbagliata, ma che la diplomazia non può essere quella di un’Europa che fino ad ora ci ha deluso, o perlomeno mi ha deluso, perchè così non è utile. A nessuno. L’Europa era un mio grande sogno. Di Civiltà. Ma ora, mi sembra un assembramento di Stati che alla fine ci stanno solo perchè ormai ci sono. Vorrei ancora crederci, ma non può durare così, occorre un salto di qualità. Occorre meno egoismo, e più cultura civica. Bisogna mettersi insieme veramente, anche se inizialmente non ci dovessero stare tutti. Ma la politica deve essere forte, non possiamo essere trascinati da chi soffia sul fuoco, come Salvini. E’ facile, e pericoloso. Porta voti, forse, ma nulla di buono per il futuro. In Algeria mi dicevano anche che noi siamo un esempio per i tanti ragazzi che vogliono conoscere e hanno sete di sapere, di innovazione. Per questo forse in tanti fuggono da quei paesi dove non sembra esserci futuro. E nemmeno un presente.
La politica deve tornare centrale. E spero che il colloquio di Obama e Putin, sia la spinta che consenta di farlo.
Vorrei dire a mio figlio fra qualche anno che potrà ancora studiare, viaggiare e capire il mondo. Libero.

Federico Scaramucci, un cittadino che si vuole sentire europeo